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Qualche cosa in più sul caffé

E' soltanto da pochi anni che sappiamo esattamente che cosa si nasconde dentro un chicco di caffè: per quali alchemici meccanismi da una mistura bollente e nera si propaga quell'aroma intensamente profumato e quali sono i principi attivi e non attivi responsabili di quell'energia sferzante che ci pervade appena ne abbiamo bevuto un sorso. Mettiamo allora questo fatidico chicco di caffè sotto la lente di ingrandimento per analizzarne tutte le componenti.

cos'é | da dove viene | cosa fa | cosa non fa | come si beve | il decaffeinato | bibliografia

Cos'é

Le due principali specie di caffè in commercio sono la Coffea Arabica L., semplicemente denominata Arabica , e la Coffea canephora Pierre ex Froehner, denominata Robusta Le due specie presentano differenze sia qualitative sia quantitative nella loro composizione chimica. L'Arabica contiene più lipidi e altre sostanze come la trigonellina mentre la Robusta contiene più caffeina e acidi clorogenici. Sono stati identificati alcuni componenti minori presenti in una specie e totalmente assenti nell'altra. La composizione del caffè si modifica molto con la torrefazione, cioè con quel processo termico che trasforma il chicco verde in quello tostato, pronto per essere macinato e usato per la preparazione della bevanda. Con questo passaggio molti composti si trasformano, altri scompaiono, altri invece si formano. Poiché i processi di torrefazione possono essere differenti, a seconda del tipo di tostatura che si desidera, anche la composizione risulta differente: è facile quindi immaginare quanto possa essere varia la composizione dei vari tipi di miscele di caffè in commercio. La Robusta contiene circa il doppio di caffeina rispetto all'Arabica. Ma variano anche le altre componenti. Il caffè non è considerato "un alimento" (fonte Organizzazione Mondiale della Sanità), nonostante contenga alcuni nutrienti, oltre a numerosissimi composti di vario tipo; il più noto è la caffeina Esaminiamo nel dettaglio le sostanze chimiche di un chicco di caffè: - minerali: il caffè verde contiene il 4% circa di minerali (potassio, calcio, magnesio, fosfati, solfati ecc.) di cui il 40% è rappresentato da potassio. Quest'ultimo viene estratto quasi totalmente durante la preparazione della bevanda e si ritrova nella tazzina; - lipidi, alcuni trigliceridi e acidi grassi liberi. Oltre ai lipidi sono presenti alcune cere nella parte corticale del chicco. Molti lipidi vannopersi durante la tostatura e molti altri vengono trattenuti, durante la preparazione della bevanda, dallo stesso letto del caffè macinato o dal filtro utilizzato. Soltanto nel caffè bollito, tipico dei paesi nordici, gran parte dei lipidi passano nella bevanda e questa frazione lipidica può contenere il cosiddetto "fattore X", sospettato di essere responsabile dell'innalzamento del colesterolo nel sangue, di cui oggi si conosce l'identità; -proteine e aminoacidi: circa metà delle proteine sonoalbumine solubili in acqua, ma sia le proteine sia gli aminoacidi liberi si perdono durante la tostatura o restano inutilizzati nei pigmenti marroni del chicco tostato; - carboidrati: in parte solubili (saccarosio e polimeri dell'arabinosio, del galattosio , ecc.) e in parte insolubili (cellulose, eccetera) si perdono durante la tostatura mediante depolimerizzazione e per formazione di composti aromatici, mediante reazione con gli aminoacidi.

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Da dove viene?

...Il caffé'…una storia misteriosa. Se anche voi appartenete alla folta schiera di persone che, di prima mattina, adorano risvegliare i sensi e la mente lasciandosi inebriare dall'inconfondibile e delizioso profumo del caffè, dovete sapere che la nera bevanda dal seducente aroma, nasconde una storia lunga e misteriosa. Per offrirvi una gustosa miscela di curiosità e cenni storici riguardanti l'eccitante infuso, abbiamo selezionato i chicchi…o meglio…"le chicche" migliori dai vari libri, saggi, articoli pubblicati sull'argomento. Sembra che i primi uomini a bere il caffè vivessero in Etiopia dove ancora oggi le piante di caffè crescono allo stato selvatico. In alcuni documenti arabi risalenti al 900 - 1000 d.C., oltre alle sue proprietà curative, si descrive la capacità della bevanda di conferire un buon odore al corpo. Effettivamente l'aroma del caffè viene trattenuto dalle ghiandole sudoripare e in un'epoca in cui l'abitudine di farsi il bagno non era molto "radicata", un simile effetto "deodorante" doveva essere molto gradito. Nel XV secolo la pianta fu portata e coltivata nelle zone montuose dell'odierno Yemen, al tempo sede di una straordinaria civiltà e per questo denominato "Araba Felix". Da qui l'uso del caffè si diffuse in tutta l'Arabia, l'Egitto, la Siria e la Turchia. Ci sono numerose storie che spiegano come i chicchi di caffè riuscirono ad arrivare dalla loro terra d'origine fino in Arabia. Alcuni narrano che gli schiavi neri del Sudan nel corso del loro viaggio verso l'Arabia, fermandosi in Etiopia, avessero preso alcuni chicchi rossi di caffè sperando che li avrebbero aiutati a sopravvivere. Molto diffusa è, invece, la leggenda del pastore etiope che, nel 1400, rivelò ad un monaco del Monastero di Cheodet, nello Yemen, una curiosa vicenda: questo custode di cammelli e capre aveva notato come i suoi animali, dopo aver mangiato i frutti rossi di una certa pianta, non dormivano e restavano agitati durante tutta la notte. Il monaco, raccolti alcuni di quei frutti, li fece cuocere e bevve il decotto insieme ai suoi confratelli. Con grande gioia poterono constatare una vivace trasformazione dello spirito e la scomparsa della sonnolenza che li colpiva durante le preghiere notturne. Gli arabi erano molto gelosi della loro "magica bevanda", infatti non permettevano l'esportazione dei chicchi (i semi) di caffè, se prima non venivano resi sterili, ovvero privati della rossa ciliegia esterna e della buccia. Nonostante la gelosia del popolo arabo, il caffè si diffuse ampiamente in quasi tutto l'oriente, soprattutto grazie ad un certo Baba Budan che, intorno al XVII secolo, tornò in India dal pellegrinaggio alla Mecca, portando con sé alcuni semi fertili di caffè. Sempre nel corso del XVII secolo i commercianti tedeschi, francesi, italiani e olandesi si contendevano il privilegio di poter introdurre il caffè nelle loro colonie d'oltremare. Vinsero gli olandesi che nel 1616 riuscirono ad importare una pianta nei paesi Bassi e nel 1658 avevano già avviato una vera e propria coltivazione in Sri Lanka. La diffusione del caffè in Europa avvenne durante la prima decade del 1600 ad opera di navigatori e mercanti veneziani. Inizialmente il consumo della bevanda si propagò in Italia e successivamente arrivò in Francia, Germania, Inghilterra e in tutto il continente. Nel 1672 Londra aveva già un centinaio di Coffee - Houses, ma in un primo momento le donne inglesi manifestarono il proprio malcontento nei confronti della diffusione dell'insolita bevanda nel loro paese. Infatti sembra che il caffè spegnesse, come l'acqua spegne il fuoco, ogni carica passionale dei loro uomini. Questi si difesero ampiamente citando la storia di Maometto al quale l'Arcangelo Gabriele, per curargli una malattia dell'apparato digerente, aveva dato in dono del caffè arabico: sotto l'azione di quella bevanda a lui sconosciuta seppe "rendere felici" in una sola notte ben quaranta signore! Forse è questa la ragione che spingeva Voltaire a bere circa quaranta caffè al giorno? Stiamo scherzando ovviamente, in realtà il celebre filosofo francese era solito affermare: "Bevo quaranta caffè al giorno per essere ben sveglio e pensare, pensare, pensare a come poter combattere i tiranni e gli imbecilli." Quando il caffè iniziò a diffondersi in Europa suscitò varie perplessità tra i "neofiti", anche perché non era ancora stata considerata la possibilità di zuccherarlo. Durante un ricevimento organizzato in onore del Re Sole dall'ambasciatore del sultano Maometto IV, Solimano Aga, il caffè venne servito ai rappresentanti dell'alta società parigina che non gradirono il sapore amaro dell'esotica bevanda. La soluzione fu trovata da una principessa che, saggiamente, lasciò cadere una zolletta di zucchero nella tazzina, aspettò che si sciogliesse e assaggiò il nero infuso. Nel 1670 alcuni francesi, entrati in possesso di numerose piante di caffè, cercarono di creare una piantagione in una delle zone più fredde della Francia. Ovviamente non si trattava del clima ideale per coltivare una pianta originaria di un paese caldo come l'Etiopia e l'esperimento si rivelò uno dei più notevoli insuccessi nella storia del caffè. Passeggiando per il giardino botanico di Fort de France, in Martinica, dovreste incontrare il monumento commemorativo a Gabriel Mathieu De Clieu, l'ufficiale della Marina francese che ha offerto al mondo una delle vicende più romantiche associate alla storia del caffè. De Clieu, in licenza a Parigi, riuscì a procurarsi alcune piante di caffè che decise di condurre con sé in Martinica, dove prestava servizio. L'impresa ebbe buon esito, ma non fu facile in quanto la pianta, pur essendo protetta da un contenitore di vetro, rischiò di essere distrutta da una violenta tempesta, da un attacco da parte dei pirati tunisini e da un acerrimo nemico di De Clieu che voleva sabotare la missione. Ma tutto è bene ciò che finisce bene e si narra che, nel 1777, in Martinica vi fossero 18.791.680 piante di caffè. Nel corso del 1700, francesi, inglesi e olandesi introdussero il caffè in varie parti dell'America centrale e del Sud, dando origine a quello che sarebbe diventato il centro mondiale della produzione di caffè. Infatti il clima e il terreno di quei luoghi, si rivelarono ancora più idonei alla coltivazione della pianta che la sua Terra d'origine. Il cerchio della storia di caffè si chiude verso la fine dell'800 quando i colonizzatori inglesi introdussero le piante di caffè nell'Africa orientale britannica, mentre i francesi crearono piantagioni in Vietnam e in Australia. Si può affermare, quindi, che lo straordinario aroma della nera bevanda aveva ormai conquistato tutto il mondo.

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Cosa fa?

- Il caffè può avere riflessi sull'alimentazione anche significativi in quanto viene spesso utilizzato in combinazione con alimenti di importanza primaria, ad esempio il latte, oppure lo zucchero. In questo modo il caffè diventa "veicolo" di nutrienti che di per se non contiene ma che contribuisce in modo determinante a far assumere. - Quando siamo costretti a seguire una dieta dimagrante molto rigida o dobbiamo per qualche motivo ridurre l'assunzione di cibo, una tazzina di caffè ci può aiutare ad attenuare la sensazione di fame. - Per gli sportivi una buona dose di caffè può determinare una migliore prestazione atletica; la caffeina, infatti, come la teofilina (nel tè) o la teobromina (nel cacao), tutte e tre appartenenti alla famiglia delle metilxantine, stimola il sistema nervoso centrale, e soprattutto stimola la concentrazione del muscolo cardiaco. Da qui un incremento sia della frequenza suia della gittata cardiaca (il numero di volte che il cuore pulsa in un minuto e la quantità di sangue pompato nello stesso periodo di tempo). Inoltre la muscolatura liscia dei bronchi si rilascia, favorendo così una migliore respirazione. Attenzione però a non eccedere perché si potrebbe risultare positivi all'anti-doping! - E' stato sperimentalmente accertato che dopo una tazzina di caffè le dattilografe scrivono più speditamente e con meno errori e che la guida simulata di una automobile avviene con maggiore sicurezza. In particolare, per quanto riguarda l'attività intellettiva, si nota una migliore capacità di eseguire i calcoli . - Il caffè, in virtù del suo sapore amarognolo, stimola la produzione di saliva (favorendo così la "prima fase digestiva" che avviene nella bocca), la secrezione di bile e la motilità intestinale: cioè, subito dopo mangiato, una tazzina di caffè favorisce la digestione, in quanto attiva alcuni meccanismi del tratto digerente. - Sul sistema cardiovascolare, la caffeina induce una vasodilatazione, specie a carico di alcune arterie, ed esercita un'azione cardiotonica da cui deriva una tendenza all'aumento della pressione appena percettibile e clinicamente poco significativa: difatti il maggior lavoro del cuore è compensato da una vasodilatazione in altri distretti vascolari come i reni e i polmoni. - Un'azione di stimolo del caffè si esplica sui reni, facilitando la produzione di urina. - Nuove ricerche dimostrano che il caffè ha un forte potere antiossidante, che limita l'azione dei radicali liberi e quindi i danni dell'età. I radicali liberi infatti possono danneggiare tutte le macromolecole cellulari, quali proteine, acidi nucleici, lipidi polinsaturi, acido ialeuronico e collagene. La conseguenza è una serie di danni strutturali e funzionali a carico delle cellule che può portare a una perdita sempre maggiore di efficienza e ad un invecchiamento precoce dei tessuti colpiti. La caffeina invece riesce ad inibire questo processo di ossidazione. Il potere antiossidante della caffeina, quindi, è molto elevato: esso è simile a quello del glutatione (un importante antiossidante presente naturalmente nel liquido intracellulare) e maggiore di quello della vitamina C. - Recenti studi, ancora in fase di ulteriori conferme scientifiche, pubblicati dalla rivista della American Medical Association affermano che "chi non beve caffè ha probabilità cinque volte più alte di contrarre il morbo di Parkinson, rispetto a chi ne consuma quattro o cinque tazze al giorno". Lo studio è stato condotto per un periodo di 30 anni su 8.000 americani di origine giapponese, ma necessita di ulteriori approfondimenti per confermare quanto constatato, perché non si è potuto identificare il legame di causa-effetto tra il caffè e la malattia.

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Cosa non fa?

- Una tazzina di caffè come tale (cioè senza aggiunta di zucchero o di latte) non apporta più di due calorie che, nell'economia generale dell'organismo, rappresentano evidentemente un valore del tutto trascurabile. - La caffeina non è in alcun modo considerata una sostanza che dà dipendenza, se per dipendenza intendiamo quella provocata da una sostanza psicoattiva che interferisce con la salute e il comportamento sociale dell'individuo. - Il caffè non modifica in alcun modo la frequenza del respiro. - Anche quando si allatta si può continuare a bere caffè. Si è visto infatti che nel latte delle nutrici, che bevono caffè, la caffeina raggiunge il tasso massimo dopo circa 1 ora. La sua concentrazione dipende dal tenore dei grassi del latte ed il lattante ne assorbe solo dallo 0,06 all'1,5%. Pertanto non v'è alcuna ragione di proibire l'uso moderato di caffè durante l'allattamento. - Il caffè non provoca, durante la gravidanza, disturbi al buon andamento della gestazione ed allo stesso nascituro. C'è voluto uno studio su ben 12.208 donne incinte per invalidare completamente l'ipotesi contraria! Il caffè non è correlabile né a una gestazione più breve, né ad un basso peso neonatale (Linn et al.: No Association between Coffee Consumption and Adverse Outcomes of Pregnancy, N. Engl. J. Med. 306, 1982). - La sterilità femminile non è riferibile in alcun modo al consumo, anche elevato, di caffè (caffeina). - Il consumo abituale di caffeina proveniente da fonti diverse (caffè, bevande gassate dolci, cioccolato, farmaci analgesici) non è correlato né all'ipertensione, né all'infarto del miocardio, ne al cancro. Tra 10.000 ipertesi selezionati vi erano non consumatori, consumatori moderati di caffeina, e consumatori di forti dosi. E' stato dimostrato che non esiste una relazione tra le diverse categorie di consumo e le frequenze di mortalità per le patologie che abbiamo citato. (Martin JB, Annegers TF, Curb JD, Heyden S, Howson C, Lee ES, Lee M: Mortality Patterns among Hypertensives by Reported Level of Caffeine Consumption. Prev. Med. 17:310-320, 1988). - L'ipotesi di correlazione tra consumo di caffè e tumore del pancreas è un classico errore nell'ambito delle ricerche biomediche; tale sbaglio si dovette ad una confusione metodologica sulla scelta dei pazienti di controllo. Si trattava, infatti, di soggetti già portatori di seri disturbi dell'apparato gastrointestinale (ulcera duodenale, morbo di Crohn, coliti ulcerose, diverticoliti, ecc.), ossia persone che, per la loro situazione clinica, non assumevano abitualmente caffè. Lo stesso genere di errore fu compiuto anche per quanto riguarda l'errata ipotesi di relazione tra consumo di caffè e tumore della mammella (Milton and coworkers, Ohio State University). Il crollo di questa errata ipotesi si ebbe dopo approfonditi studi su un vasto numero di donne. Assolutamente non scientifiche si dimostrano anche le ipotesi sulla possibile relazione tra tumori dell'ovaia e della prostata e il consumo di caffè. Lo stesso si può dire per i sospetti infondati sulla relazione tra caffè e cancro al colon, che già nel 1966 erano stati ritenuti inesistenti da una approfondita ricerca di Higginson. Recenti studi hanno addirittura evidenziato un'azione protettiva del caffè nei confronti di questo tipo di tumore.

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Come si beve?

Si dice che il caffè migliore è quello che si prepara con le proprie mani. Può essere vero; rimane importante stabilire tuttavia quale metodo si usa. Perché ne esistono diversi, tutti validi: è questione di gusti. Il metodo ad infusione è il più antico e semplice modo di fare il caffè, adottato la prima volta in Francia nel 1771. Si scalda un bricco aperto, facendovi bollire acqua. Si butta l'acqua e si mette nel bricco il caffè macinato, quindi si aggiunge acqua calda e si mescola. Si lascia per 3-5 minuti in infusione, poi si filtra con il colino. Esiste poi il Caffè alla turca, termine con cui vengono descritti, piuttosto impropriamente, tutti i caffè medio-orientali. Quante e quali siano le varianti, comunque, il caffè si fa con l'ibrik, un bricchetto di metallo (solitamente ottone) a un solo manico, più stretto all'imboccatura che alla base. Si mette nell'ibrik dapprima lo zucchero necessario, poi si aggiunge l'acqua, portando tutto ad ebollizione a fuoco basso. Si toglie dal fuoco aggiungendo il caffè macinato finissimo e si mette il tutto a bollire. Quando il liquido diventa schiumoso, si toglie dal fuoco e si mescola. L'operazione va ripetuta altre due volte. L'ultima volta si aggiunge un cucchiaino da tè (5 ml) di acqua fredda per accelerare la deposizione dei fondi. Un altro metodo, molto diffuso nel Nord America ed in nord Europa (Francia), è quello con il filtro. L'attrezzatura utilizzata è una brocca, un filtro e dei sacchetti-filtro di carta o stoffa. Il risultato è un caffè eccellente. Si riscalda preventivamente la brocca, si sistema poi il sacchetto conico entro il filtro ponendo tutto su un altro contenitore (brocca o teiera). Di seguito si mette dentro, a cucchiaiate, il caffè necessario, macinato medio-fine, versando poi lentamente l'acqua bollente. Quando tutto il liquido è passato nel contenitore, si toglie il filtro, si copre il contenitore e si serve. Altro metodo tipicamente occidentale è il caffè solubile. Si può preparare con il processo spray-drying o con il processo di liofilizzazione. Ambedue i metodi prevedono un'estrazione del caffè tostato e macinato in estrattore a colonne con acqua calda a circa 180° C sotto pressione. L'estratto acquoso così ottenuto deve poi essere privato dell'acqua. Con il metodo spay-drying esso viene prima concentrato e poi spruzzato sotto pressione dall'alto di una torre, contro corrente rispetto ad un flusso di aria a 250°C. Quest'ultima fornisce il calore necessario per far evaporare l'acqua contenuta nelle gocce di estratto, che cadono sul fondo del cilindro sotto forma di polvere. Con la liofilizzazione l'estratto acquoso viene dapprima concentrato e poi congelato lentamente a circa -40°C; successivamente viene frantumato in granuli dalle dimensioni desiderate per il prodotto finito e quindi sottoposto alla sublimazione, e cioè il passaggio diretto dell'acqua dallo stato di ghiaccio allo stato di vapore. Per il consumatore la preparazione della bevanda con il caffè solubile è molto semplice: basta scioglierlo in acqua bollente. Le dosi normalmente utilizzate sono 1,5-3,0 g di caffè solubile in 150-190 ml di acqua. Diffuso soprattutto in Norvegia è il caffè bollito. Il caffè macinato grossolanamente e tostato chiaro viene fatto bollire in acqua per circa 10 minuti. Si versa quindi nella tazza senza filtrarlo e lo si beve dopo aver lasciato depositare i fondi. Si utilizzano circa 10 g di caffè per tazza, dalla capienza media di 150-190 ml. Poteva non mancare nella enunciazione dei metodi quello alla napoletana, caratteristico per la sua particolare caffettiera, composta di due parti con in mezzo un filtro a cestello. Il filtro a cestello viene riempito con caffè tostato scuro e macinato fine. La parte inferiore della caffettiera viene riempita d'acqua e quella di servizio, completa di beccuccio, vi viene avvitata sopra a testa in giù. Si mette il tutto sul fuoco e, quando l'acqua bolle, la macchinetta viene tolta dal fuoco e capovolta per permettere all'acqua calda di scorrere attraverso il caffè nel contenitore inferiore. Rimanendo in Italia classico è il metodo di preparazione del caffè con la moka. La caffettire moka è composta da tre parti collegate fra loro: in basso la caldaia nella quale l'acqua viene portata ad ebollizione, in mezzo il filtro metallico che serve a contenere il caffè macinato finemente, ed in alto la parte che raccoglie la bevanda. L'acqua passa attraverso il caffè grazie ad una leggera pressione fornita dal vapore, tempo di contatto tra l'acqua e caffè circa 1 minuto. Il risultato è una bevanda dal gusto deciso, con corposità media ed aroma piuttosto intenso. Normalmente si utilizzano 6 g di caffè tostato da medio a scuro per tazza, quest'ultima ha un volume di 40-50 ml. In ultimo e con particolare attenzione parliamo di un metodo italiano d'hoc: l'espresso all'italiana, preparato con un metodo d'estrazione particolare che consente di ottenere una bevanda molto concentrata, dal gusto e dall'aroma intensi. L'estrazione con il metodo espresso viene eseguita con acqua deionizzata a 90-94°C e a pressione elevata; il tempo di contatto tra l'acqua e il caffè varia da 15 a 35 secondi. Si utilizzano 6-7 g di caffè per tazza, macinato finemente e tostato da medio a scuro. Il volume della bevanda oscilla intorno ai 20-35 ml. Le caratteristiche di un caffè espresso sono: la crema, il corpo, l'aroma

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Caffé decaffeinato

Le persone che non gradiscono gli effetti indotti sull'organismo dalla caffeina, ma allo stesso tempo non vogliono rinunciare all'aroma e al profumo della nera bevanda, devono ringraziare il Dottor Ludwig Roselins che, nel 1905, realizzò il primo metodo di decaffeinizzazione. Attualmente in Italia, in base alle disposizioni di legge, per essere considerato decaffeinato il caffè deve contenere meno dello 0.1% di caffeina se crudo o tostato e meno dello 0.3% se solubile. Esistono tre metodi utilizzati per la decaffeinizzazione del caffè: CON SOLVENTE I Passaggio Per facilitare l'estrazione della caffeina, i chicchi di caffè vengono sottoposti all'azione di adatti mezzi rigonfianti, in grado di portare le cellule del tessuto dei grani ad una condizione di elevata permeabilità. II Passaggio La caffeina viene estratta per mezzo di un solvente organico che, raggiunto il grado di decaffeinizzazione desiderato, viene completamente eliminato. III Passaggio Terminata la precedente operazione, il caffè ancora inumidito viene essiccato con il vapore. I grani, infine, vengono torrefatti come un comune caffè e immessi al consumo interi o macinati. CON ACQUA Si utilizzano degli estrattori a colonna nei quali i chicchi di caffè sono trattati con un estratto acquoso contenente circa il 15% di sostanze solubili del caffè diverse dalla caffeina. Il trattamento deve durare almeno otto ore per riuscire a rimuovere circa il 98% della caffeina e degli oli aromatici. I chicchi decaffeinati vengono poi seccati con aria calda all'interno di appositi serbatoi. Mediante un filtro a carbone attivo, la caffeina viene separata dall'acqua in modo che essa contenga solo gli oli aromatici. Infine l'acqua viene fatta evaporare fino ad ottenere un concentrato aromatico che viene spruzzato sui grani asciutti. CON ANIDRIDE CARBONICA I chicchi vengono inumiditi con vapore e acqua fino ad avere il 30 - 50% di umidità e poi chiusi nell'estrattore insieme con l'anidrite carbonica. La temperatura e la pressione vengono aumentate rispettivamente fino a circa 40 - 80° C ed a 120 - 180 atmosfere ed il flusso di CO2 estrae la caffeina.

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Bibliografia

Jon Thorn
"Il Caffè. Guida per intenditori"
Tecniche nuove 1997

Giancarlo Barbiroli
"Produzione e Commercio internazionale del caffè"
Prof. Riccardo Patron 1970

Aldo Santini
"Profumo di caffè"
maria pacini fazzi editore 1998

A. Galland
"Elogio del caffè"
Sellerio Editore

Giampaolo Proni
"Caffè l'amico di Voltaire"
Editori di Comunicazione

Lesley Mackley
"Tè e Caffè"
Mondadori

Luigi Odello
"Caffè e cappuccini"
Mistral

Valsecchi
"Tè, Caffè e Infusi"
Nardini

Pazzaglia
"Odore di caffè"

Alfredo Guida Goldoni
"La Bottega del caffè"
Petrini

F.Ferrè
"Il Caffè"
Silvana Editoriale,1998

Silvana Edward, Joan Bramah
"Arte di fare il caffè"
ILG

A.Bazzi, A.D'Amicis
"Caffè, Caffeina & Salute"
Collezione Notiziario 1991/95

Anderson Kenneth
"Caffè e i suoi oggetti"
Ulisse

Anderson Kenneth
"Guida Internazionale alle varietà di caffè"
Ulisse

Norman
"Cento migliori ricette al caffè"
Newton Compton

 

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